Mostra “Napoli Liberty”: un approfondimento sulle sezioni

Dettaglio allestimento della mostra Napoli Liberty con la Fontana degli Aironi

Le luci e i colori della Belle Époque brillano alle Gallerie d’Italia di Napoli per Napoli Liberty. “N’aria ‘e primmavera”, a cura di Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca e con l’allestimento di Lucia Anna Iovieno: 70 dipinti, sculture, mobili, oggetti d’arte decorativa, gioielli, riviste e manifesti pubblicitari per restituire l’atmosfera di questa effervescente stagione della città partenopea, a dialogo con il salone di Palazzo Zevallos Stigliano, splendida testimonianza del gusto Floreale a Napoli.

Approfondiamo insieme il contesto e le tematiche principali della mostra.

Luci e colori della Belle Époque

Come nel resto d’Italia, anche a Napoli lo stile Liberty o Floreale nasce tra l’ultimo scorcio dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Il movimento modernista spazia dalle arti maggiori alle arti applicate e fonda le sue premesse nella volontà di liberarsi dal passato e dalle accademie, in nome di un’arte nuova e libera, funzionale a una produzione artistica destinata al mercato.

Il processo di sviluppo avviato dalle grandi Esposizioni nazionali e internazionali, insieme all’affermazione di una borghesia imprenditoriale, rilancia un volto nuovo delle città italiane. A Napoli il piano di risanamento urbanistico vede l’accelerarsi di una edilizia borghese nuova con l’espansione di ampie strade e di palazzi e villini signorili.

Nasce all’unisono una fioritura di dipinti e arti applicate, dai mobili, al ferro battuto, ai vetri, alla ceramica che ritroviamo sulle facciate degli edifici ma anche negli arredi d’interno, con uno stile originale composto da profili curvilinei ispirati a motivi naturalistici. Questa fase di rinnovamento rappresenta, per Napoli, una vera ventata di giovinezza, che ricorda “n’aria ’e primmavera”, dai versi di Salvatore Di Giacomo nella popolarissima Marzo (1898).

Francesco Paolo Boubée, Galleria Umberto I, Napoli, 1887-1890. © Luciano e Marco Pedicini

Casorati a Napoli

In mostra un’intera sala è dedicata a Felice Casorati che, trasferitosi con la famiglia a Napoli, vi soggiornò tra la metà di dicembre del 1907 sino al marzo del 1911, tre anni fondamentali nel suo percorso artistico che lasciarono una traccia nell’ambiente partenopeo.

In uno studio “grande e bello”, che riceveva la luce “da una finestrona laterale grandissima”, realizzò almeno trentotto dipinti, tra cui alcuni capolavori riuniti in questa occasione. Si tratta di raffinate composizioni di figure che risentono delle influenze decorative e simboliste tipiche del clima sperimentale della cultura figurativa internazionale del periodo.

Dipinto fondamentale dell’attività napoletana di Casorati Persone, eseguito nell’autunno-inverno del 1910, quando in città imperversa il colera e l’artista racconta di stare chiuso nel suo studio, cercando di immergersi nel lavoro. Scrive a proposito del dipinto:

“Io vorrei saper proclamare la dolcezza di fissare sulla tela le anime estatiche e ferme, le cose mute e immobili, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi, la vita di gioia e non di vertigine, la vita di dolore e non di affanno”.

Il quadro ritrae una famiglia padovana che Casorati era solito frequentare a Napoli, dove il capofamiglia, il professor Carlo Canilli, si era trasferito come preside del liceo Garibaldi. L’adolescente dallo sguardo melanconico che trattiene una statuetta in bronzo di un Fauno danzante è il quindicenne Ferruccio Canilli, la donna a sinistra, all’estremità della tavola, è la cugina Dolores. Una posizione preminente è quella della anziana donna, al centro della tavola, con la camicia a scacchi, ripresa pure in altre opere dell’artista.

Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963), Persone, 1910, olio su tela, 150 x 177 cm. Collezione privata. Courtesy Enrico Gallerie d’arte, Milano

Sala delle Arti decorative. Dal Museo Scuola Officina al Liberty

Nella stagione del Liberty le arti applicate si equiparano alle arti maggiori in una prospettiva di importante rilancio produttivo.

Le attività didattiche del Museo Artistico Industriale di Napoli, fondato nel 1882, con Scuole Officine annesse, sono finalizzate a formare artigiani che si adoperano nella creazione di oggetti rispondenti alle istanze del consumo, costituendo una duplice realtà interdisciplinare, didattica e produttiva. I giovani artisti lavorano e usufruiscono di modelli antichi e moderni, che incrementano la collezione d’arti applicate del Museo, intorno al 1900, mediante un programma di acquisti mirato al mercato nazionale e internazionale.

Antesignano di questa visione moderna fu il maestro Filippo Palizzi, artista versatile e lungimirante dal quale trassero profitto le generazioni del Novecento. Con i suoi modelli si rinnovò la produzione dei laboratori della ceramica e dei metalli in una prospettiva industriale. Le Placche con fiori e il Vaso con teste di ariete, in maiolica, documentano l’elaborazione fantasiosa di temi naturalistici a lui cari, trasposti in oggetti ceramici.

Fondamentale esempio per le creazioni Liberty è soprattutto la monumentale Fontana degli aironi realizzata da Palizzi, nel 1887, sotto la direzione di Giuseppe Cecchinelli. Di raffinata soluzione sperimentale, la fontana vede l’adozione di vari materiali, dalla maiolica al bronzo dorato, con straordinari esiti, soprattutto nell’intreccio dinamico dei movimenti degli animali. Sulla base circolare, sagomata con mattonelle in ceramica, s’impostano secondo una struttura piramidale due ripiani diversamente ripartiti tra basi in ceramica e animali in metallo. Nella parte centrale le agili forme degli aironi si confondono tra gli steli delle canne e reggono sulle teste una vasca circolare finemente decorata a motivi classici. Sulla sommità della fontana svetta ad ali spiegate l’uccello predatore che stende nell’estremità dello sforzo il suo collo, sollevando il ranocchio catturato nell’acqua, come un trofeo.

Filippo Palizzi (Vasto, Chieti 1818 – Napoli 1899) e Giuseppe Cecchinelli, Fontana degli Aironi, 1887, maiolica e bronzo dorato, 235 x 146 x 100 cm. Napoli, Museo Artistico Industriale. © Luciano e Marco Pedicini

Sull’impeto delle Secessioni

Sulla spinta delle Secessioni di Monaco, Vienna e Berlino, dopo qualche decennio anche a Napoli si avverte la necessità di sovvertire il sistema accademico e alcuni giovani artisti si riuniscono per organizzare iniziative autogestite, ricordate come Esposizioni giovanili, diventando protagonisti di una stagione di avanguardia che asseconda uno stile moderno, con il coinvolgimento di tutte le arti.

Lo storico Paolo Ricci, di cui si ammira in mostra un ritratto giovanile realizzato da Vincenzo Gemito, fu il primo a ricordare la genesi di questo sodalizio artistico, coniando la definizione di Secessione dei 23, dal numero dei ventitré artisti che nella I Esposizione Giovanile fecero la loro prima apparizione. La stessa a cui prese parte Felice Casorati.

I fondatori del gruppo, secondo il critico Ricci, furono il pittore Edoardo Pansini, Edgardo Curcio e lo scultore Raffaele Uccella, animatori di una serie di mostre di più ampia partecipazione nazionale, dal 1909 al 1915. Nel proporre uno stile moderno, assorbendo la lezione dei pittori postimpressionisti e ispirandosi alle suggestioni dei pittori nordici delle secessioni viennese e tedesca, ciascuno di loro crea una cifra stilistica originale.

Curcio, ad esempio, con i suoi dipinti ferma una espressione istantanea nell’osservazione scrupolosa delle scene, come solo un fotografo professionista sa restituire. Un aspetto che ritroviamo sia nei ritratti di gruppo in esterno che negli interni, con una libertà segnata dai nuovi valori dell’intimità domestica quasi tutti diretti a rappresentare il mondo femminile. Dal punto di vista stilistico, il colore domina sul disegno, con stesure larghe del pennello secondo una tecnica mutuata dagli artisti postimpressionisti conosciuti dal pittore recatosi a Parigi nel 1911.

Edgardo Curcio (Napoli 1881 – Torre del Greco, Napoli 1923), Numero I (già In giardino), 1915, olio su tela, 81 x 81 cm. Napoli, Museo Civico di Castel Nuovo. © Luciano e Marco Pedicini

Manifesti e grafica

Napoli primeggia anche nella produzione cartellonistica e grafica del settore pubblicitario dove si coglie a pieno l’originalità del Liberty italiano.

Il manifesto è strumento efficace per la propaganda e il consumo, specchio di una borghesia fiduciosa nel progresso. Grazie ai nuovi strumenti di informazione e agli sviluppi tecnologici della riproduzione a stampa, dalla cromolitografia alla tricromia, l’illustrazione si diffonde in maniera esponenziale. La grafica Art Nouveau, basata sulle valenze di un segno lineare e fluido e del colore puro e uniforme in una visione spaziale bidimensionale, aderisce pienamente al carattere modernista nella combinazione fra arte e industria. A Napoli, il panorama editoriale dei periodici illustrati nei primi del Novecento è molto vario, spaziando dalle riviste umoristiche a quelle letterarie e di attualità, oltre alle pubblicazioni sulla musica e sullo spettacolo.

Nella sezione dedicata agli illustratori ingaggiati da una delle testate nazionali più famose spicca il Manifesto de Il Mattino del 1900, ideato da Vincenzo Migliaro per l’VIII anno di edizione. La copertina pubblicitaria propone al centro del manifesto una figura femminile isolata, aleggiante nello spazio vuoto, mentre campeggia nuda e ricoperta di fogli d’annata della testata del giornale su cui scrivono Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. La soluzione ideata da Migliaro richiama alla mente il carattere di Alfons Mucha con una delicatezza di colori neutri tipici della carta stampata.

Nella grafica pubblicitaria, si distinguono i manifesti della ditta Grandi Magazzini Mele. L’impresa dimostrò grande lungimiranza nel sostenere la diffusione della merce attraverso la pubblicità commissionata, tra l’altro, a disegnatori di altissimo livello come Marcello Dudovich e Leopoldo Metlicovitz, entrambi illustratori triestini che lavorarono per la Ricordi.

Vincenzo Migliaro (Napoli 1858-1938), Anno VIII Il Mattino, 1900, manifesto pubblicitario, carta/ cromolitografia, 172,5 x 116 cm. Treviso, Museo Nazionale Collezione Salce

La scultura Liberty

La nuova estetica Liberty si carica di un’espressività intimista, dove al centro dell’attenzione troviamo l’uomo e le sue emozioni. Una varietà di sculture realizzate da valenti artisti napoletani, da Filippo Cifariello a Luigi De Luca, da Saverio Gatto a Raffaele Uccella, da Giuseppe Renda a Costantino Barbella, mettono in luce stati d’animo, turbamenti, passioni, erotismi, soprattutto femminili, diventando le nuove chiavi semantiche di valenza simbolista.

In questa direzione l’opera più rappresentativa di questo periodo è Saffo di Luigi De Luca, del 1896, un altorilievo in bronzo col tema della celebre poetessa defunta, il cui profilo emerge sulla superficie dell’acqua, appoggiata sulla cetra, coniugando il recupero della memoria classica al soggetto di moderna interpretazione spiritualista.

Moltissime sono le suggestioni sulla sensualità femminile, espressa con un’ostentazione della vanità estetizzante della donna che si rilancia a protagonista assoluta, con i suoi abiti alla moda e le sue pose disinvolte, ma anche nel suo carattere fortemente erotico, come richiama la seducente modella raffigurata in una scultura in terracotta, denominata Ebbrezza, opera di Costantino Barbella. Un pezzo edificante dello stile Liberty, presente alla II Esposizione Giovanile del 1912 che, nell’ispirazione simbolista, evoca il piacere. Il nudo femminile è disteso su un letto di rose e indugia a un estetismo molto sentito nella poetica dannunziana.

Costantino Barbella (Chieti 1852 – Roma 1925), Ebbrezza, 1912, terracotta, 30 x 63 x 30 cm. Collezione privata. © Luciano e Marco Pedicini

I gioielli Liberty

Napoli fu tra le prime città ad adottare i modelli Art Nouveau nell’arte orafa, sostenuta da una critica modernista, che rivalutava le manifatture dei gioielli equiparati a vere e proprie opere d’arte.

Un pioniere di questo settore specialistico dell’oreficeria in stile Liberty in Italia fu il gioielliere napoletano Vincenzo Miranda che ebbe modo di aggiornarsi alle novità dell’oreficeria francese all’Esposizione Universale di Parigi del 1889. Senza mai abbandonare il fascino dell’archeologia, che nel clima storicista ottocentesco aveva consentito alla città di lanciare la moda del “gioiello pompeiano”, Miranda fu riconosciuto a livello internazionale come esponente di eccellenza del nuovo stile. Si delineano i tratti di una gioielleria raffinata, attraverso i gioielli di Centonze, una figura chiave nell’ inventare forme fitomorfe dai seducenti volti femminili. Sua è l’ideazione di un Manico di ombrellino in argento e tartaruga.

Con eguale enfasi inventiva si distingue anche lo scultore di successo Vincenzo Gemito, in veste di abile cesellatore nell’anello in oro da lui realizzato sotto le sembianze di un delfino. I gioielli sono gli oggetti del desiderio di ogni donna e destano curiosità e piacere nel nuovo mondo borghese proiettato al consumo, un’attrazione confermata da un’opera che risalta particolarmente nel suo significato, contestualizzato all’epoca Liberty, diventata l’immagine guida del catalogo e della mostra. Si tratta del dipinto di Vincenzo Migliaro, Seduzioni. Tra i riflessi di una vetrina di una gioielleria napoletana s’intravede il profilo di una giovane donna, forse la sorella di Migliaro, Adalgisa, mentre osserva alcuni oggetti fulgenti disposti sui ripiani della vetrina del negozio di Gaetano Jacoangeli, tra l’altro amico intimo di Migliaro, specialista noto in tutto il mondo per la sua particolare lavorazione dell’oro a smalto. Il dipinto esposto per la prima volta a Milano nel 1906, in occasione dell’inaugurazione del nuovo valico del Sempione, fu tra le numerose opere presentate dagli artisti napoletani e recensite favorevolmente dal critico Vittorio Pica.

Vincenzo Migliaro (Napoli 1858-1938), Seduzioni, 1906, olio su tela, 62 x 42 cm. Napoli, collezione privata