Arte a Napoli dal Seicento ai primi del Novecento

Palazzo Zevallos Stigliano è dal 1898 la sede storica della Banca a Napoli. La prima destinazione a scopi museali di un’area del piano nobile dell’edificio risale al 2007 – all’indomani di un accurato intervento di restauro sui cicli decorativi ottocenteschi – nell’intento di valorizzare e condividere con la cittadinanza un piccolo nucleo di dipinti di grande rilievo, prima fra tutti il “Martirio di sant’Orsola di Caravaggio.

Il recente riallestimento ha arricchito le Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano con gruppi di opere di grande significato storico e valore artistico, appartenenti al contesto culturale del Sud Italia, in particolare di ambito napoletano, provenienti dalle raccolte già costituite dagli istituti di credito – per lo più il Banco di Napoli e la Banca Commerciale Italiana – poi confluiti in Intesa Sanpaolo.

Lo scalone d’onore conduce all’attuale itinerario museale che si articola in spazi più estesi e propone nelle prime sale un’antologia in grado di tratteggiare, per grandi linee, un profilo delle vicende salienti della pittura a Napoli nel corso del Sei e Settecento, dalla svolta naturalistica impressa dall’arrivo di Caravaggio nel 1606, fino ai fasti della civiltà borbonica. Spiccano fra le opere esposte il “Martirio di sant’Orsola“, capolavoro estremo dello stesso Caravaggio (eseguito nel 1610 pochi mesi prima della morte), “Giuditta decapita Oloferne“, derivazione attribuita al fiammingo Louis Finson da un perduto originale ancora del Merisi, “Sansone e Dalila” di Artemisia Gentileschi, tre scene bibliche di Bernardo Cavallino, l’”Adorazione dei Magi” del Maestro degli Annunci ai pastori, “Tobia ridona la vista al padre” di Hendrik De Somer, il “San Giorgio” di Francesco Guarini, il “Ratto di Elena” di Luca Giordano, “Agar nel deserto” di Francesco Solimena e due celebri opere di Gaspare Traversi, “La lettera segreta” e “Il concerto“.

Il percorso nella veduta e nel paesaggio, un genere prima ritenuto minore e che ha avuto a Napoli uno sviluppo straordinario nel corso dell’Ottocento, inizia con una premessa settecentesca: quattro dipinti dell’olandese Gaspar van Wittel, considerato uno degli iniziatori del vedutismo moderno. In una prima sezione dedicata alle vedute e alla Scuola di Posillipo, la serie delle piccole tele di Anton Smink Pitloo, e ancora i dipinti di Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Salvatore Fergola, Nicola Palizzi, Domenico Morelli, Federico Rossano, Edoardo Dalbono, Edoardo Franceschini, Gioacchino Toma, Francesco Mancini, Vincenzo Migliaro, permettono di seguire l’eccezionale vicenda di un genere declinato in successive fasi sperimentali, che hanno reso la Scuola Napoletana all’avanguardia in Europa.

Dalla Scuola di Posillipo, dove matura la grande eredità del paesaggismo del Grand Tour, si approda al naturalismo, legato alla pratica en plein air, della Scuola di Resina, sino alle esperienze più individuali di fine secolo. Una successiva sezione consente di puntare l’obiettivo su ritratti di artisti o di gente del popolo e sulla rappresentazione della città attraverso gli interni degli edifici monumentali, le strade e le scene di vita moderna che avvenivano negli spazi della socialità, come l’ippodromo, la villa comunale e il mercato.

Le opere di Vincenzo Gemito infine formano un insieme di altissima qualità, uno dei nuclei più importanti del grande artista. Si tratta di terrecotte, bronzi e disegni che, dagli anni Settanta dell’Ottocento agli anni Venti del secolo successivo, documentano la sua straordinaria parabola artistica: un percorso intrecciato con il dramma personale di un’esistenza minata da profondi squilibri psichici, che comportarono lunghe interruzioni dell’attività creativa.

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